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Avatar: Per fortuna c’è James Cameron!
Cominciavo a perdere le speranze di riuscire a vedere ancora un film che mi colpisse a tal punto da voler quasi rientrare in sala a rivederlo subito dopo i titoli di coda. Era dai tempi di “Matrix” che non uscivo dal cinema con la soddisfazione di chi sa di aver appena visto un capolavoro, uno di quei film che segnano una nuova pagina nella storia di questa affascinante forma d’arte. Negli ultimi anni mi ero quasi abituato alla sfilza di pellicole scialbe e banali che sembravano più una demo di qualche software di video editing che non veri e propri film. Cominciavo a temere che, dopo aver saccheggiato trame da libri, fumetti, addirittura giocattoli e dopo aver fatto remake di qualsiasi cosa (spesso anche di altri remake), Hollywood non avesse più storie da raccontare.
Poi arriva il vecchio James, che già merita gloria imperitura per aver concepito “Terminator”, tirando fuori dal cappello questo film, “Avatar”, un soffio di aria fresca in un panorama che ormai si era fatto fin troppo stantìo. Non solo: il buon Jimmy ci serve un capolavoro epico, di quei film dei quali non butti via neanche il biglietto perchè vai fiero di averlo comprato.
Visivamente Avatar è un’esperienza difficile da eguagliare senza essere sotto l’effetto di stupefacenti: un turbinio di colori, forme ed ambienti che si amalgamano, si mescolano tra loro in un’armonia perfetta, senza risultare mai artificiosi, eccessivi o fastidiosamente CGI. Pandora è un mondo onirico ma verosimile, in bilico tra Tolkien, Herbert, Carroll e Dahl. Un pianeta (un satellite per la verità) giovane e selvaggio, popolato da creature gigantesche, variopinte e terribili, aliene e familiari allo stesso tempo. La razza senziente di Pandora, i Na’Vi, sono una sorta di sorprendenti Indios alti tre metri e mezzo, equipiaggiati con una presa USB biologica che permette loro di connettere la propria mente agli animali e alle piante del loro mondo natale. L’idea è geniale, un mondo fatto di specie interconnesse, una sorta di mega-network biologico senziente, una “Madre Natura 2.o” che mi ha lasciato piacevolmente basito.
La trama principale, ad onor del vero, non è incredibilmente originale. Diciamo che se avete visto “Balla coi lupi” avete, per molti versi, visto anche Avatar. Dopotutto però si tratta di un film, non di un romanzo, per cui non si può giudicare la trama fine a se stessa, bensì all’interno dell’insieme dell’opera. Le tematiche ecologiste e sociali, molto presenti nei film degli ultimi anni, si mischiano con elementi di fantascienza classica e di carattere più post-moderno, come il trasferimento della coscienza ad un altro corpo tramite connessione neurale, risultando in un piacevole mix mai forzato. C’è spazio anche per qualche allegoria più marcata con il mondo reale (la frase “Funziona sempre così: se qualcuno è seduto sopra a qualcosa che vuoi tu, lo fai diventare tuo nemico. In questo modo hai un pretesto per portargliela via” mi ha ricordato da vicino alcune campagne militari degli ultimi anni).
Insomma, un film che non può non essere visto e che non può non colpire lo spettatore, anche se magari non tutti condivideranno il mio entusiasmo. Senz’altro, però, va reso onore al merito a James Cameron per aver finalmente ricordato a tutti che si può ancora fare del buon cinema partendo da idee originali, senza per forza aggrapparsi a storie già raccontate.
No commentsDistrict 9: alieni e apartheid

E’ curioso come, sebbene assistiamo quotidianamente ai peggiori esempi della crudeltà con cui l’uomo tratta i suoi simili, ci siano voluti gli extraterrestri per risvegliare in molti di noi lo sdegno verso fenomeni come l’intolleranza, la xenofobia e la violenza contro chi è diverso da noi.
Mi riferisco al recentissimo “District 9″, atipica pellicola sugli alieni prodotta da Peter Jackson e che penso proprio sarebbe piaciuta a grandi scrittori di fantascienza come Philip K. Dick, Ray Bradbury o Joe Haldeman. Il film tratta del difficile rapporto tra gli abitanti umani di Johannesburg (Sud Africa) ed un milione di “immigrati clandestini” alieni, meglio noti con il termine dispregiativo di “gamberoni”, spuntati da chissà dove all’inizio degli anni ‘80 e stabilitisi in un quartiere malfamato noto, appunto, come “Distretto 9″.
Senza rivelare troppo sulla trama (che, a onor del vero, non manca di buchi e difetti) ho trovato interessante l’idea di utilizzare la poco attraente razza dei gamberoni, artropodi goffi ed ingenui, per mostrare alle persone cosa membri della nostra specie siano stati in grado di fare ai propri simili. Non è ovviamente un caso che la storia sia ambientata in Sudafrica, terra ancora oggi contraddistinta da grandi contrasti e divari sociali.
Il film è a mio avviso godibile, anche se forse si barcamena troppo tra parabola sociale e fantascienza pura, oscillando un po’ troppo tra le due. Per certi versi mi ha ricordato l’ormai datato “Alien Nation” di Graham Baker (1988), simile sotto l’aspetto della diffidenza e del disprezzo degli umani verso esseri così diversi. Personalmente, lo consiglierei a chi ha voglia di vedere qualcosa di originale, perlomeno negli intenti, senza però pretendere il film del secolo.
No comments21-12-2012: prenota un posto nel nuovo Mondo!

La fine del mondo è (di nuovo) vicina e, come sempre, l’interesse della gente nei confronti dell’ennesima profezia nefasta cresce a mano a mano che ci si avvicina alla data fatale.
In questo caso l’appuntamento con l’inevitabile è fissato per il 21 dicembre 2012, data che corrisponde alla fine dell’era attuale del calendario Maya (il “lungo computo”, iniziato nel 3114 a.C.) e già si sprecano, sia sul web che in tv, le previsioni pseudo-scientifiche su cosa accadrà. La fantasia non manca: si va dall’inversione dei poli magnetici (evento di per sè non necessariamente catastrofico, nonchè già avvenuto in passato) alle tempeste solari, fino alla collisione con il famigerato “Pianeta X”, che è un po’ il mostro di Lochness del Sistema Solare, cioè un corpo celeste noto a tutti ma mai visto da nessuno.
Fortunatamente c’è chi si è organizzato per tempo e che ci offre l’opportunità concreta di salvarci. Si tratta dell’Institute for Human Continuity, sul cui sito è già possibile iscriversi ad una lotteria planetaria che mette in palio un posto in uno dei rifugi costruiti per permettere all’umanità di sopravvivere all’Apocalisse, oltre ad un riassunto dei mille modi in cui tutti noi potremmo morire, con tanto di animazioni flash e voce narrante (lo speaker mi sembra quello della serie di videogame ”Fallout”… si, proprio quello di “war, war never changes”).
In realtà il sito è un’operazione di viral marketing per il film “2012″ del regista Roland Emmerich, ennesimo blockbuster catastrofista che uscirà a novembre 2009, ma è comunque molto ben fatto e vale davvero la pena di darci un’occhiata. E’ interessante come queste iniziative viral spesso siano più interessanti dell’evento o dell’opera che pubblicizzano, come era già successo per il sito what happened in Piedmont?, che pubblicizzava una miniserie tv sottoforma di finto blog di un ragazzo che cercava notizie dei suoi parenti, scomparsi insieme all’intera cittadina in cui vivevano.
In attesa di morire tutti, quindi, vi consiglio di farci un giretto, soprattutto se siete fan della già citata saga “Fallout”, visto che i toni del sito sono praticamente identici a quelli delle slide commerciali della Vault-Tec! E già che ci siete, iscrivetevi alla lotteria… che non si sa mai!
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